mercoledì 4 gennaio 2012

SE LO SCOPRISSERO TUTTI?

Tratto da http://www.ilcambiamento.it/lontano_riflettori/islanda_rivoluzione_silenziosa.html Islanda, quando il popolo sconfigge l'economia globale L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione. di Andrea Degl'Innocenti - 13 Luglio 2011 Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzioneOggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi. L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia. 15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi. La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSaveCosì, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta. Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano. A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini. Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento. I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo. Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare. Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere. La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”. I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituenteA marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda. In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're'). Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito. Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet". L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionaleChiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni. Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione. Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

mercoledì 14 dicembre 2011

SIAMO TUTTI SENEGALESI

Mi dispiace molto per quei poveri ragazzi senegalesi uccisi da un malato di mente. Capisco la loro rabbia, il loro malcontento, le loro paure. Se qualcuno di loro leggesse queste righe mi piacerebbe dirgli: calmati! Non agire d'istinto! Sono convinto che la stragrande maggioranza degli italiani non è razzista! E' comunque una situazione molto particolare quella in cui oggi stiamo vivendo, molto "traballante", socialmente parlando. Ma perché quest'odio, questo livore nei confronti di chi sta peggio di noi? Siamo sicuri che stiamo incanalando tutti la nostra rabbia nella giusta via? Siamo preoccupati per il futuro, questo sicuramente, spaventati dal fatto di dover stare peggio di ora, di poter finire come la Grecia, di dover tirare la cinghia rinunciando a tante cose, ma perché sfogare la nostra inquietudine in questo modo? Se ci concentriamo e canalizziamo questa energia negativa trasformandola in "voglia di cambiare le cose", sono sicuro che ne usciremo forgiati, migliorati sia unitariamente che collettivamente. Ma cos'è questa voglia di cambiare le cose, perché detta così suona un pò vaga, vero? Beh, per come la vedo io significa impegnarsi ognuno nel suo piccolo analizzando i problemi che ci circondano a livello di comunità e cercando una via per risolverli. Significa, sempre secondo me ovviamente, smettere di credere al sistema partitocratico, almeno per adesso non si può più delegare un rappresentante, non in questo momento storico almeno. La fiducia verso i politici è a dir poco crollata, anzi sprofondata sotto la soglia più nefanda della nostra storia. Riappropriamoci di quello che dovrebbe essere il mestiere più nobile, pensare alla RES PUBLICA e pensiamoci in prima persona. I mezzi oggi ci sono! Facciamo democrazia diretta, oggi lo possiamo fare, i mezzi di comunicazione ci consentono un contatto diretto H24 con chiunque e una fruizione dell'informazione in tempo reale mai avuta prima! Coraggio gente, non voglio dire che bisogna andare in parlamento e prendere a calci in culo tutti quei finti politici di merda che ci sono, anche se mi piacerebbe moltissimo, soprattutto adesso. Voglio dire che bisogna spazzarli via democraticamente, anche se loro non stanno facendo più i nostri interessi da molto tempo, ma solo i loro e quindi non meriterebbero un trattamento democratico. Però non c'è altra via tranne quella delle elezioni purtroppo... almeno per adesso...

martedì 13 dicembre 2011

pensierino del mattino

La cosa buffa, per non dire tragica, è che sentendo parlare un leghista oggi, pare che non ci sia mai stato al governo. SOno ritornati gli slogan di "Roma ladrona", "al nord si lavora e tutti i soldi finiscono sperperati a Roma", "comunisti al governo" ecc...ecc... Ecco, ora io mi chiedo, così,semplicemente, pacatamente, tranquillamente: MA DOVE ERAVATE NEGLI ULTIMI 10 ANNI? VERGOGNATEVI! Ma che diamine, un pò di pudore nel fare certe affermazioni...o no? Ve lo immaginate voi Hitler che dopo aver fatto fuori 5 milioni di ebrei ha il coraggio di contestare le SS per i metodi violenti? Ora, capisco che il paragone sia un pò fortino, anche se a livello di pazzia siamo lì, però rende l'idea...

venerdì 18 novembre 2011

Un bell'articolo!

Flavia Perina ha scritto oggi sul Fatto Quotidiano uno splendido articolo che condivido pienamente e invito a leggere: "Caro direttore, persino nella vecchia Unione Sovietica gli sconvolgimenti politici erano segnati da una fase di riflessione e di “rottura”. Kruscev, per liquidare il fantasma di Stalin, presentò un rapporto contro il culto della personalità che fu discusso per mesi e segnò un’epoca. Deng Xiaoping archiviò il maoismo processando la banda dei quattro. Nel loro piccolo, i partiti sopravvissuti al Novecento ebbero le loro Bolognine e le loro Fiuggi per marcare la discontinuità col vecchio corso e ragionare su errori, passi falsi, ingenuità. Qui non si vede niente del genere. Anzi. I ministri uscenti traslocano dopo aver portato il Paese sull’orlo del disastro e chiedono alla gente di ringraziarli. Dice Renato Brunetta: “Il governo Berlusconi è stato uno dei migliori della storia e da Monti mi aspetto un’operazione verità”, insomma “dovrebbe dire bravo Brunetta, brava Gelmini, viva la legge di stabilità”. Ignazio La Russa ostenta la sua superiorità “antropologica” sul successore, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola: “Il ruolo del ministro della Difesa ce l’avevo nel dna, politico culturale e persino militare visto che sono stato sottotenente e ho bruciato chi viene dopo di me”. E Giorgia Meloni, per non essere da meno, si chiede penso-sa come mai non si è trovata una personalità “capace di rendersi utile” con meno di 55 anni: non la sfiora il dubbio che un ministro competente possa aiutare i giovani e le donne italiane più di lei, della Carfagna e di Fitto messi insieme (per citare i tre baby del governo Berlusconi). L'incapacità di autocritica è uno dei tratti salienti del passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo. Ed è l'autentica mina, più della mancanza di ministri “politici”, che può far saltare gli equilibri dell’esecutivo Monti. Questi vivono fuori dal mondo: non si sono accorti di essere stati sfrattati non per un accidente della storia ma perchè hanno accumulato una quantità di disastri capace di mettere in ginocchio la settima economia del pianeta. Non hanno capito che lasciano scorte e auto blu, uffici damascati e poltrone in pelle umana perché sono l’ultimo esito, il più vistoso e scaciato, di una controselezione delle classi dirigenti che ha portato al potere il massimo livello di incompetenza. Non hanno la più pallida idea di come il Paese abbia percepito i riti padani, la pajata in piazza Montecitorio, le Jaguar blindate, i calci ai giornalisti, le facce stralunate sui monitor di Annozero o Ballarò, il voto su Ruby nipote di Moubarak, i comizi con le mutande appese, la difesa delle P3, delle P4 e persino di quelli che ridevano la notte del terremoto. Non lo sanno loro e non lo sa – ho paura – nemmeno una parte dell’opposizione, che nell’ultima tornata elettorale ha riempito di figurine il suo album, immaginando che bella presenza e biografie trendy fossero la sola via possibile per la politica del terzo millennio. Al di là di ogni giudizio di merito sul governo dei bocconiani, guardando la sfilata dei ministri di Monti, è spontaneo fare il confronto tra quelle facce e quei curriculum e con l’offerta che i partiti avrebbero potuto mettere in campo per gli stessi ruoli. Fatte le ovvie eccezioni, il paragone è impietoso. E la considerazione di fondo è obbligata: le eli-te dell’economia, seppure con metodi spesso consociativi e obliqui, hanno saputo formare una loro eccellenza. La politica no, ci ha rinunciato da decenni, anzi ha lavorato al contrario. Qualunque garagista può guardare i parlamentari intervistati dalle Jene e dire: “Deputato questo? Allora potrei farlo anch’io”. E qualunque consigliere di provincia può confrontarsi con certi ex ministri e certi ex sottosegretari e immaginarsi legittimamente al loro posto. Delle donne, poi, neanche a parlarne: all’insegna del “cosa ha quella più di me”, ogni bella ragazza si può (poteva) vedere sul palcoscenico di Palazzo Chigi o di Montecitorio. Senza riflessioni di questo tipo, caro direttore, non c’è tregua, governo tecnico o opportunità politica che conti. Senza autocritica, l’eclissi della politica italiana diventerà un fattore strutturale: ieri commissariati dal club Mediaset, oggi dai professori, domani da chissà chi. Prima ce ne accorgiamo, tutti, compreso chi in Parlamento ci sta come me, più aumentiamo la speranza di farcela."

lunedì 14 novembre 2011

SIC TRANSIT GLORIA IMMUNDI

Bella questa frase nell'ultima riga dell'editoriale di prima pagina del Fatto Quotidiano! Marco Travaglio colpisce ancora! Sic Transit Gloria Immundi! Volevo solo aggiungere una cosa dopo questo fine settimana di liberazione: attenzione, ci siamo liberati davvero di lui? Mi piacrebbe di più liberarmi del modo di pensare e di agire di quest'essere immondo, che fino all'ultimo crede di prenderci per il culo vaneggiando di riforme e cambiamenti per l'Italia che in 18 anni non è riuscito a fare! Ha detto di voler raddoppiare il suo impegno, beh, credo che li ci vorrà una doppia dose di viagra allora! Leggete qui e meditate! http://www.repubblica.it/politica/2011/11/14/news/ventennio_arabesco-24969050/?ref=HREA-1

mercoledì 9 novembre 2011

Ma non diciamo CAZZATE!

Sull'ipotesi di un accordo elettorale Movimento 5 stelle con i Radicali, il titolo del post è abbastanza esplicito! Ma lo è ancor di più se si pensa ad un accordo tra il M5S e q u a l s i a s i altro partito, perché il M5S NON E' un partito, non risponde alle logiche dei partiti e della partitocrazia anzi la combatte! Quindi quando sentite dire di alleanze, accordi e possibili strani legami sono tutte balle, invenzioni giornalistiche per depistare e confondere le idee, perché il M5S adesso fa veramente paura! Tutte le proposte fatte sono condivise dalla stragrande maggioranza dei cittadini. La soglia di sbarramento del 4% la butteremo giù con un dito e entreremo dentro il palazzo per iniziare a dare una bella ripulita! Aria fresca, aria nuova, questo serve!

giovedì 3 novembre 2011

SERVIZIO PUBBLICO per un'Italia senza più il PESO della VECCHIA POLITICA! Stasera, giovedì 3 novembre 2011 ... E' ORA DI CAMBIARE!