venerdì 18 novembre 2011
Un bell'articolo!
Flavia Perina ha scritto oggi sul Fatto Quotidiano uno splendido articolo che condivido pienamente e invito a leggere:
"Caro direttore, persino nella vecchia Unione Sovietica gli sconvolgimenti politici erano segnati da una fase di riflessione e di “rottura”. Kruscev, per liquidare il fantasma di Stalin, presentò un rapporto contro il culto della personalità che fu discusso per mesi e segnò un’epoca. Deng Xiaoping archiviò il maoismo processando la banda dei quattro. Nel loro piccolo, i partiti sopravvissuti al Novecento ebbero le loro Bolognine e le loro Fiuggi per marcare la discontinuità col vecchio corso e ragionare su errori, passi falsi, ingenuità. Qui non si vede niente del genere. Anzi. I ministri uscenti traslocano dopo aver portato il Paese sull’orlo del disastro e chiedono alla gente di ringraziarli. Dice Renato Brunetta: “Il governo Berlusconi è stato uno dei migliori della storia e da Monti mi aspetto un’operazione verità”, insomma “dovrebbe dire bravo Brunetta, brava Gelmini, viva la legge di stabilità”. Ignazio La Russa ostenta la sua superiorità “antropologica” sul successore, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola: “Il ruolo del ministro della Difesa ce l’avevo nel dna, politico culturale e persino militare visto che sono stato sottotenente e ho bruciato chi viene dopo di me”. E Giorgia Meloni, per non essere da meno, si chiede penso-sa come mai non si è trovata una personalità “capace di rendersi utile” con meno di 55 anni: non la sfiora il dubbio che un ministro competente possa aiutare i giovani e le donne italiane più di lei, della Carfagna e di Fitto messi insieme (per citare i tre baby del governo Berlusconi).
L'incapacità di autocritica è uno dei tratti salienti del passaggio di consegne tra il vecchio e il nuovo. Ed è l'autentica mina, più della mancanza di ministri “politici”, che può far saltare gli equilibri dell’esecutivo Monti. Questi vivono fuori dal mondo: non si sono accorti di essere stati sfrattati non per un accidente della storia ma perchè hanno accumulato una quantità di disastri capace di mettere in ginocchio la settima economia del pianeta. Non hanno capito che lasciano scorte e auto blu, uffici damascati e poltrone in pelle umana perché sono l’ultimo esito, il più vistoso e scaciato, di una controselezione delle classi dirigenti che ha portato al potere il massimo livello di incompetenza. Non hanno la più pallida idea di come il Paese abbia percepito i riti padani, la pajata in piazza Montecitorio, le Jaguar blindate, i calci ai giornalisti, le facce stralunate sui monitor di Annozero o Ballarò, il voto su Ruby nipote di Moubarak, i comizi con le mutande appese, la difesa delle P3, delle P4 e persino di quelli che ridevano la notte del terremoto. Non lo sanno loro e non lo sa – ho paura – nemmeno una parte dell’opposizione, che nell’ultima tornata elettorale ha riempito di figurine il suo album, immaginando che bella presenza e biografie trendy fossero la sola via possibile per la politica del terzo millennio.
Al di là di ogni giudizio di merito sul governo dei bocconiani, guardando la sfilata dei ministri di Monti, è spontaneo fare il confronto tra quelle facce e quei curriculum e con l’offerta che i partiti avrebbero potuto mettere in campo per gli stessi ruoli. Fatte le ovvie eccezioni, il paragone è impietoso. E la considerazione di fondo è obbligata: le eli-te dell’economia, seppure con metodi spesso consociativi e obliqui, hanno saputo formare una loro eccellenza. La politica no, ci ha rinunciato da decenni, anzi ha lavorato al contrario. Qualunque garagista può guardare i parlamentari intervistati dalle Jene e dire: “Deputato questo? Allora potrei farlo anch’io”. E qualunque consigliere di provincia può confrontarsi con certi ex ministri e certi ex sottosegretari e immaginarsi legittimamente al loro posto. Delle donne, poi, neanche a parlarne: all’insegna del “cosa ha quella più di me”, ogni bella ragazza si può (poteva) vedere sul palcoscenico di Palazzo Chigi o di Montecitorio.
Senza riflessioni di questo tipo, caro direttore, non c’è tregua, governo tecnico o opportunità politica che conti. Senza autocritica, l’eclissi della politica italiana diventerà un fattore strutturale: ieri commissariati dal club Mediaset, oggi dai professori, domani da chissà chi. Prima ce ne accorgiamo, tutti, compreso chi in Parlamento ci sta come me, più aumentiamo la speranza di farcela."
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